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I fatti di Cisterna e il senso di impotenza

I fatti di Cisterna e il senso di impotenza

E’ sempre piuttosto complicato parlare di un accadimento così grave come  quello di Cisterna di Latina.

Tanto dolore, tante parole, tante supposizioni, tante condanne. Vorremmo cercare di comprendere, ma non ci riusciamo. E’ più grande di noi.

Nel momento in cui la ragione e la razionalità non riescono a spiegare ciò che accade, cerchiamo di inserire i fatti nei nostri schemi mentali. Il mondo però, come lo conoscevamo e come lo avevamo catalogato, sicuro, abitudinario  e prevedibile, temporaneamente non è più lo stesso.

Per un periodo veniamo strappati dal nostro mondo quotidiano e dalle nostre preoccupazioni ed entriamo in uno spazio differente. Solo quando, fortemente ed intimamente scossi, riusciamo a guardare  in modo diverso vediamo la nostra vita in modo differente a ciò che è la nostra quotidianità, il nostro passato ed i nostri progetti futuri.

E allora cerchiamo di comprendere, di dare una spiegazione razionale.

I fatti, come si sono realmente svolti, con i sui antecedenti, però non possiamo conoscerli. Solo le persone coinvolte, anche esse con le loro personali interpretazioni, possono conoscerli. Solo chi è coinvolto e ha vissuto può dare una spiegazione. O meglio, una sua propria spiegazione. Per ricostruire una realtà, la loro realtà, bisognerebbe essere dentro di loro,  ma anche questo non basterebbe. Bisognerebbe avere anche gli strumenti per interpretarla.

Le domande che ci si fa: ciò che è accaduto era prevedibile? Ciò che è accaduto era evitabile?

Le risposte sono complesse, come complesse sono la realtà, la vita e le scelte di ogni essere umano.

Oltre gli ‘atti ’, ci sono le storie delle persone. Storie che dobbiamo inserire in un contesto, sia attuale che di provenienza, contesto fatto anche e soprattutto di relazioni significative.

Il contesto di provenienza e le relazioni primarie sono quelle in cui noi apprendiamo valori, ruoli, atteggiamenti, comportamenti e come interpretare ciò che ci accade e che senso e che direzione dare alla nostra stessa esistenza. Sono talmente fondanti della nostra personalità, che non ci rendiamo neppure conto di quanto dirigano le nostre scelte e la nostra percezione del futuro.

Possiamo però vedere con un’ottica diversa, un’ottica psicologica dove, come molto di frequente accade, la psicologia non collima con il senso comune.

Nonostante tutti si sentano un po’ psicologi, magari perché ascoltano e hanno rapporti con centinaia di persone e credano di capire le persone e le situazioni ‘al volo’, non possono avere gli strumenti (studiati, appresi, sperimentati in prima persona) di chi, per scelta personale, ne ha fatto la propria professione.

In un contesto socio-culturale in cui gran parte delle istituzioni di riferimento (in primis stato, famiglia, chiesa) hanno vacillato prima e si sono sgretolate poi, in cui il fondamentale interesse è quello di un rientrare in bilancio economico, in cui è esaltato l’aspetto individualistico-narcisistico (e forse anche un po’ antisociale…), il risultato che rischiamo di ottenere sono persone che come  ‘uova di pasqua’, risultano essere invitanti esternamente ma con un guscio fragile.

In questo conteso il ‘sociale’, depauperato di risorse perché ritenuto ‘infruttuosamente dispendioso’ dai politici-economisti dotati di una capacità previsionale ridotta all’anno successivo (o a volte anche meno), perché divenuto terreno fertile di lucri malavitosi e di arricchimenti personali,  è stato in toto demandato ai privati. Ma i disagi si manifestano ugualmente. In modi però sempre più imprevisti e violenti. Perché le persone isolate nei loro inascoltati e inesprimibili dolori, con la sensazione di essere inadeguati rispetto agli altri e ai canoni che la società impone, con l’assenza di una cultura del sostegno reciproco e psicologico, ad un certo punto non sono più in grado di contenere e gestire quella sofferenza. E allora la agiscono, internamente contro sé stessi o esternamente contro gli altri.

Ma che cos’è allora il disagio psicologico?

E’ principalmente un malessere che si sente, rispetto al quale non se ne comprendono le ragioni, le motivazioni profonde e a cui si tenta di dare una risposta superficiale (perché è così che la nostra cultura attuale ci educa a fare). Così ci troviamo a riempire vuoti, a coprire insicurezze, a negare difficoltà personali, non solo con gli oggetti, ma anche con le persone. Ma così facendo non cerchiamo di dare una risposta valida, non cerchiamo di capire e di risolvere, cerchiamo solo (come un qualsiasi comportamento dipendente) le relazioni con gli oggetti o le persone esterne in grado di placare quei disagi interni.

Sarebbe stato possibile fare qualcosa, fermarlo prima di uccidere le sue figlie e attentare la vita della moglie a Cisterna?

Probabilmente nell’ultimo periodo no. La persona che ha compiuto questi gesti aveva già pianificato tutto. Segno questo di una perdita del senso di realtà, ma soprattutto di  perdita di speranza e di vicinanza da parte degli altri. Era già divenuto un malessere non più esprimibile, legato ad un terrore di perdita, della propria personalità. Perché l’allontanamento del coniuge, non era accettabile. Il suo significato valicava il senso di una sana relazione, diventava una frattura irricomponibile del Sé e una ferita narcisistica insopportabile.

Ma ricordiamoci che ciò che accade, per quanto improvviso sia, non è mai un gesto isolato e imprevedibile, le persone non impazziscono all’improvviso. Tutto è sempre preceduto da un percorso, da una sequenza di avvenimenti e soprattutto da segnali che le persone mandano. Ma se si arriva a quei punti vuol dire che da un lato non si è dato ascolto o non si è riusciti a comprendere quanto si ascoltava e dall’altro la persona non  è riuscita a far comprendere quanto annientante fosse quello che stava accadendo. Questo alla fine è il risultato: un annientamento esternalizzato di un annientamento interno.

In un periodo precedente si sarebbe potuto intervenire. Un lavoro psicologico sul carabiniere di Cisterna avrebbe permesso una comprensione, una rielaborazione, una riattivazione di risorse personali che molto probabilmente avrebbero evitato il passaggio all’azione.

Ma molta strada ancora purtroppo manca affinché la psicologia (non quella da bar, da parrucchieri, da preti, ma neppure quella da medico, da avvocato, da giudice) entri nella nostra cultura come effettiva risorsa a favore delle persone.

Come membro della categoria degli psicologi mi auguro che tutti siano sempre più sensibili e sensibilizzati e che tale gap veda un rapido restringimento. Gli psicologi non sono una élite che ascolta comodamente seduta su una poltrona mentre il loro ‘paziente’ è sdraiato sul lettino. Sono professionisti con una solida preparazione ed una grande professionalità, che lavorano in tutti gli ambienti e con tutte le estrazioni sociali.

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