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Dramma/teatro: tecnologia del sè e della relazione

Dramma/teatro: tecnologia del sè e della relazione

Da tanti anni impiego il teatro come media per lavorare con i gruppi. Negli anni ’90 approdava in Italia quell’ambito che viene definito delle arti terapie. In quest’ottica il destino del teatro sembrava quello di diventare “terapeutico”. Cominciò a circolare l’idea piuttosto naive che l’applicazione delle arti sarebbe stata di per sé terapeutica ad ampio raggio. Tutto ciò diede il via ad una serie di scuole che coltivarono l’idea ancora più naive che un unico conduttore di gruppi potesse formarsi contemporaneamente in arti grafiche, musica, danza e teatro. Per giungere poi all’iperbole della nascita di corsi bi o triennali, atti alla trasformazione di chiunque in un counselor, in arti/musica/danza/terapia. Questo fenomeno ha visto un boom di laboratori condotti da persone poco esperte in tutti i campi artistici e inesperte negli approcci psicologici.

La mia storia è diversa, prima, durante e dopo la laurea in psicologia mi sono formata come artista esclusivamente nell’ambito teatrale. Mi sono dunque dedicata ad approfondire l’uso di questo media, piuttosto che millantare capacità musicali o grafiche per me sconosciute. Da qui la doppia formazione come conduttrice di laboratori. La differenza sta nell’aver acquisito la teoria e messo a punto le tecniche per gestire le dinamiche intrapsichiche e di gruppo, insieme alla conoscenza degli stimoli propri al media teatrale e del loro potenziale presso le persone e i gruppi.

Dalla teatro/terapia al dramma/teatro

Il termine teatro terapia già di per sé discutibile, poteva essere ancora accettabile nel periodo in cui ho lavorato con queste tecniche con i pazienti psichiatrici adulti e adolescenti. Ma negli ultimi anni ho adottato questo mezzo per lavorare con gruppi non psichiatrici. Persone che hanno intuito che un tale percorso le avrebbe aiutate ad esplorare aspetti del sè non ancora conosciuti nè valorizzati. In più trattandosi di un lavoro in gruppo, hanno intuito che avrebbero esplorato anche gli aspetti relazionali. A questo punto il mio lavoro si è spostato nettamente dal piano della teatro “terapia”. Per questo tipo di percorso preferisco la dicitura dramma/teatro per motivi non certamente legati al tono emozionale degli incontri (durante i quali spesso ci si diverte e si ride anche molto), ma per la sfumatura di questo percorso. Dramma dal greco da dran significa letteralmente “compiere un’azione”. In questo senso ciò che si considera è il vissuto dei partecipanti. Teatro, perché utilizziamo le tecniche del lavoro scenico e testi per lo più teatrali. Il lavoro che il gruppo compie è quello di tessitura. Così come per dar vita un tessuto occorrono l’ordito e la trama, in questo lavoro l’ordito dei vissuti delle persone del gruppo va intessendosi alle trame dei testi teatrali. I testi scelti vengono utilizzati come stimoli per ispirare la scrittura, le improvvisazioni e le scene. Ciò che viene messo in scena è questo nuovo copione che esita dalla creatività dei partecipanti. In sostanza la vita e gli stili relazionali dei partecipanti diventano l’opera d’arte alla quale si lavora. Ma questo stile teatrale è ancora diverso da quel teatro sperimentale degli anni „70 in cui si portava se stessi in scena. Questo perché lo stile che spesso viene usato spontaneamente dal partecipanti, un po’ informa di sè e un po’ viene trasformato in prodotto esteticamente fruibile.

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Come funziona il lavoro psicologico attraverso la rappresentazione, tipica del teatro?

Lavorando a La Tempesta di W. Shakespeare, L., una partecipante, in merito a ciò che significa per lei l’isola scrive:

L’isola è un simbolo ambiguo e dentro di noi suscita domande. Siamo tutti isole gettate sulla terra che
sognano, cercano e tendono ad unirsi. In metafora l’isola è femminile, donna misteriosa piena di promesse
ma anche terrifica, come la Madre Terra. L’uomo ha voluto da sempre conquistarla. Per conoscerla? Per
sentirsi eroe? Per invaderla? Per lottare contro i suoi simili? Forse nell’isola ci si sente protetti, forse si
possono gettare le maschere. Forse si può iniziare un’altra vita, più immediata e naturale, tanti pericoli e le
sfide. Animali aggressivi, piante sconosciute (velenose? amiche?) Forme diverse di umanità. Tutto quello
che abbiamo custodito dentro, nell’isola è costretto a mostrarsi per poterci restare. In un’isola è necessario
saper sopravvivere ed è giocoforza mettersi in gioco. Giochiamo dunque!

La persona, con opportuni stimoli viene condotta a costruire una scena su un simile testo da lei prodotto. Possiamo intravedere alcuni aspetti della persona, ma dobbiamo ammettere che anche dal punto di vista artistico del prodotto ha un suo valore. Ciò che emerge da quanto scritto da L. è che il tutto si svolge in un clima di gioco, quindi molto piacevole.
Solitamente i laboratori artistici mettono gli attori al servizio dello spettacolo, qui la macchina teatrale è al servizio della persona che vi partecipa.
Questa tecnica di dramma/teatro, offre il pre-testo per creare delle simulate in cui le competenze relazionali possono svilupparsi. Sempre lavorando su La tempesta di Shakespeare C.(un partecipante) fa questo parallelo tra l’isola e il gruppo del laboratorio.

Un gruppo come “noi”, qui ed ora, sull’isola del nostro stesso associarsi per un fine che non ci è dato immediatamente, ma è da scoprire ed esplorare come se fossimo finiti su un’isola sconosciuta. È qui, in questa dimensione “altra” rispetto all’ordinario che abbiamo l’occasione di relazionarci con noi stessi e con gli amici/nemici del gruppo. Noi come i protagonisti della tempesta, talvolta riusciamo entrare in uno spazio tempo diverso e forse più reale della realtà quotidiana, costretti a ri-crearci e a guardarci nello specchio degli altri volti. Talvolta invece, le dinamiche e le abitudini del continente ci riportano ad apparire con maschere impolverate.

Durante il percorso quindi, il vissuto tra le persone del gruppo si fa sempre più intimo e confidenziale. Quindi dal pre-testo delle simulate, pian piano si instaurano vere relazioni. Spesso gli appartenenti ai gruppi iniziano delle vere proprie amicizie che continuano al di fuori e dopo.
In merito M.E. (una partecipante)scrive:

Lo sguardo nel cuore dell’altro fa capire come potrebbe essere semplice guardare l’aspetto più segreto, più sognato, più intimo. Solo alcuni hanno questo dono. Sarebbe bello rinascere e cambiare completamente, rinascere come nuovi senza impurità, cattiveria, malignità che ci affliggono. Essere ri-partoriti e non sbagliare più. Ma l’essere umano pecca, sbaglia e la mano misericordiosa del Superiore può cancellare tutto, un po’ come per magia! Una magia terrificante, divina, grande e splendida. Solo Lui può farlo. E noi? Apriamo il cuore al mondo, agli altri, aiutiamoli e forse tutto cambierà! La parola che ora mi viene in mente è Amore, è Amare, è Perdonare! L’Amore supera tutto,(…) l’amore per gli altri!

Con queste sue considerazioni M. E., ci conduce alla riflessione della funzione di specchio che l‟altro aquisisce nel gruppo. Porta in campo inoltre la funzione catartica del vivere o ri-vivere le emozioni in scena.
I partecipanti sono indotti dagli stimoli creativi a produrre testi, improvvisazioni e scene così belli. Sottolineo che si tratta di persone senza precedenti esperienze artistiche , che spesso rimangono stupite dai propri risultati. Si parte infatti dall‟assunto che tutti abbiano il potenziale creativo che può emergere con gli opportuni stimoli.
Non intendo qui dare un quadro completo di tutti gli aspetti di un approccio così complesso. Sarebbe impossibile. Inoltre trattandosi di percorsi esperienziali, nulla è meglio  della partecipazione.

 

Cinzia Arces

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