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Lavoro: perderlo è perdere se stessi?

Lavoro: perderlo è perdere se stessi?

Un’equazione che si sviluppa nelle menti è che di lavoro si viva, per estensione di non lavoro si muore.

Sembra essere un pensiero estremo ma in realtà chi ha perso il lavoro o chi si ritrova all’improvviso senza un reddito quasi sempre ragiona (più o meno consapevolmente) intorno a questo sillogismo.

E’, infatti, l’inizio di un percorso fatto di pensieri che si può riassumere in una sola frase: “Come farò adesso?“.

Il primo vissuto è di solito angosciante e spinge ad immaginare scenari futuri catastrofici che conducono più o meno rapidamente al baratro. Il baratro che si prospetta è  perlopiù composto dall’idea di non poter far fronte ai pagamenti con la conseguenza di avere le utenze staccate, di dover ridurre (fino alla rinuncia totale) gli spostamenti,  si fa largo poi sempre più prepotentemente la paura di non riuscire più a trovare un nuovo posto di lavoro. In ultimo si immagina  l’indipendenza, economica e quindi personale, svanire e con essa si vive  la perdita della dignità come persone.

lavoro sostegno psicologico a latina

Ma cos’è che si spegne insieme allo spegnersi del lavoro?

La voglia di vivere, la voglia di tornare a svegliarsi il giorno successivo. Si spegne la gioia di star vivendo una cosa unica (la propria vita appunto), perché la sofferenza (come in molte altre altre occasioni di lutto e di malattia) si rinnova giorno dopo giorno e viene sempre meno attutita dal tempo scandito dall’orario lavorativo e da una routine che rassicura e rende meno volatile l’esperienza della vita (possiamo mettere da parte temporaneamente una sofferenza o un lutto, concentrando le nostre energie ed attenzioni su un lavoro).

In questo circolo vizioso viene coinvolta anche la personalità, si è sempre più ‘impotenti’ e quelle che dovrebbero essere le ‘armi’ in grado di tirarci fuori (autostima, coping, resilienza,…) si inaridiscono. Non è più il  film della nostra vita, è un’immagine fissa. Un film scorre, ha un inizio uno svolgimento ed una fine, un’immagine rimane invece statica, non evolve: ecco la nostra fotografia (in seppia o bianco e nero) di disoccupati o inoccupati o esodati.

 

 

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In un articolo ‘Ipotesi di lettera di un imprenditore suicida’ ho cercato di rendere il più possibile il vissuto di chi trovandosi in un tunnel all’interno del quale non percepisce la fine decide di farla finita, di suicidarsi. E’ stato un articolo sentito e dedicato proprio a quelle persone che ad un certo punto, sopraffatte dall’angoscia, dai sensi di colpa e da un vissuto di impotenza non sono più riuscite a ‘tirare avanti’ un altro giorno.

Personalmente trovo profondamente ingiusto che una persona si trovi nella condizione di perdere o di non poter godere della propria unicità.

Qual è il costo delle persone inoccupate?

Su un fatto, difficilmente monetizzabile, del genere ci si sofferma assai poco, anzi si sorvola come se nulla fosse e non riguardasse nessuno.

Quanto costa la sofferenza?

Allo stato poco o nulla, visto che è delegata ai singoli individui o alle reti di relazioni (familiari e non) in cui si è coinvolti. Quello che per l’individuo non ha prezzo (il proprio benessere), per lo stato non ha valore!

E per questa negazione della sofferenza soggettiva che viene fatta attraverso le statistiche, che con l’associazione Cosiré ho sentito una vera e propria necessità di istituire un servizio psicologico unico a Latina e provincia che porti all’elaborazione del lutto da perdita di lavoro, o quantomeno ad un miglioramento della qualità di vita. Un servizio che possa portare a non perdere la fiducia in se stessi come persone e alle proprie capacità e a riscoprire anche altro oltre all’identità lavorativa.

Gianpaolo Bocci

Per approfondire:
Daniela Bosetto: Counselling e disoccupazione – Edizioni Nuova Cultura, 2013

Maurizio Ambrosini, Diego Coletto, Simona Guglielmi: L’esperienza della disoccupazione al tempo della crisi (Percorsi) – Società editrice il Mulino,2014

 

 

 

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