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L’importanza dell’ascolto anche in sala parto

L’importanza dell’ascolto anche in sala parto

Il tema dell’ascolto dell’altro mi è molto caro, ne avevo già parlato nella saga del venditore.

Sarà che nella mia precedente vita svolgevo una professione d’aiuto nella quale l’empatia, la capacità di entrare in relazione con l’altro era fondamentale, sarà che mi toccava ascoltare bene le istanze che mi venivano poste per poter dare risposte sensate e per poter meglio comprendere le difficoltà che vivevano gli ospiti della struttura per la  quale lavoravo.

Ma  soprattutto è che,  molto spesso, mi capita di vedere quanto la mancanza di ascolto crei complicazioni inutili e provochi pesante irritazione.

A me capita di frequente di trovarmi in situazioni nelle quali nonostante tutta la chiarezza possibile non vengo ascoltata. L’ultima volta che ciò è accaduto è stato mentre, in ospedale, tentavo di partorire mia figlia, solo una settimana fa!

Ero li su quel tavolaccio (perchè tutte le sale parto erano occupate e capirete quanto questo fosse estremamente irritante!) circondata da una marea di gente, che entrava ed usciva da quel buggigattolo,  cosa questa che in me ha creato ulteriore irritazione… Ma insomma magari se dovete farvi quattro chiacchiere  e raccontarvi delle ferie fatte o da fare,  incontratevi al bar e non mentre una tenta, in preda a dolori lancinanti, di partorire!

Vero è  che le ostetriche presenti  a modo loro tentavano di aiutarmi a far nascere la mia piccola. Cosa che, per carità apprezzo, peccato che i loro sforzi fossero inutili perchè non calibrati su di me ma su ciò che loro ritenevano essere la strategia giusta. Continuavano ad utillizzare un tono paternalistico e a dialogare in codice fra loro, come se fossi una povera demente non in grado di capire cosa stesse accadendo. E’ vero che quando ti trovi in quella situazione non sei proprio lucida quanto vorresti (perlomeno a me così è capitato), ma da qui a trattarti come se fossi priva di ragione ed intelletto…

Ho, e dovete credermi, cercato di affrontare la questione con calma, spiegando che per me era più utile che dicessero chiaramente cosa stesse accadendo e ascoltando (io ASCOLTAVO!) cosa dicevano, tentando invano di chiedere spiegazioni quando parlottavano fra loro di me e della mia bimba. Ho ripetuto più volte che ero conscia di ciò che avrei dovuto fare ma che mi dovevano mettere in condizione di spingere e tutte quelle robe li, che servono a far nascere un bambino. Insomma partorire su un tavolo è complicato… ma loro niente… hanno continuato ad ignorare ciò che chiedevo e a parlarmi con quella finta calma amorevole, non so se avete presente: “Cara ce la puoi fare, tante l’hanno fatto prima di te, sei tu che devi fare nascere la tua bimba” .

Ho resistito dal mandarle a quel paese, calcolando che:

– sapevano che avevo già partorito;

– che cara lo dici a tua sorella e

– che è ovvio che sono io a dover partorire…

Credo di essere stata brava nella gestione dello stress.

E’ in realtà durata poco la mia calma, fino a quando una delle ostetriche guarda con aria preoccupata una collega e le dice:” Il liquido è C”, quell’altra corre a vedere. Volendo sorvolare sulla tecnicità del termine, non credo che ‘liquido C’ sia un termine medico, chiedo che vuol dire, domanda leggittima suppongo, l’ostretica mi risponde: “Lei non si preoccupi, non la riguarda!”… Non mi riguarda? Sono io stesa su quel tavolo ed il liquido di cui parli, essendoci solo io in procinto di partorire è ovviamente il mio…  E tu non mi dici che vuol dire?

Ed esattamente su questa risposta che ho perso la calma!

Fortuna ha voluto che entrasse in quel momento un’altra ostetrica, per  il cambio turno, che ha capito la situazione, mi ha spiegato tutto con calma, ha compreso le mie esigenze con l’ascolto ed ha agevolato la nascita della mia piccola.

Questo è solo un esempio, ma credo che ad ognuno di noi sia capitato e capiti quasi quotidianamente, di non venire capiti o ascoltati, di ritrovarci di fronte persone centrare su se stesse, magari professionisti preparatissimi che ignorano, spesso inconsapevolmente, ciò che viene detto per portare il proprio punto di vista, in barba alle nostre esigenze.

Ma che vuol dire ‘ascolto’?

Ascoltare, per come lo intendo io, significa porre attenzione a ciò che l’altro, all’interno di una relazione, di qualsiasi tipo, dice.

Ma basta questo?

No, ma sarebbe già un inizio.

Dico di no perchè la comunicazione non è solo quella verbale, fatta di parole,  ma è fatta anche di gesti, di espressioni, di pause e di silenzi (non verbale e paraverbale).

L’ascolto non è facile, porre questo tipo di attenzione è faticoso, occorre allenamento, ma è possibile sviluppare questa capacità (l’ascolto è una soft-skills). Saper entrare veramente in relazione con l’altro semplifica le relazioni perchè facilita la comunicazione ad un livello più profondo.

Qualsiasi sia la professione che eserciti, dal fruttivendolo al megadirettore, imparare l’ascolto può cambiarti la vita.

A presto

G.M.

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