Coaching Psicologico: Il caso di P.

Coaching Psicologico: Il caso di P.

Quello che riportiamo in questo articolo è un intervento reale di Coaching Psicologico. Per conservare la significatività del caso e allo stesso tempo per tutelare la privacy delle persone coinvolte, le uniche cose che abbiamo provveduto a modificare sono state i nomi e alcuni altri piccoli dettagli.

 

 

Il primo incontro: la presentazione

Le seguenti informazioni vengono raccolte nel corso dei primi due incontri di coaching psicologico. In tali incontri gli obiettivi primari sono:

  1. Creare un rapporto  con la persona che abbiamo davanti
  2. Comprendere adeguatamente la richiesta che ci pone

P. è una giovane  e bella donna, ha 35 anni, laureata, con un lavoro soddisfacente, una casa propria, una vita piena di attività e molti amici.

Una donna apparentemente indipendente.

Chiede una consulenza per la sua situazione affettiva. È ‘incastrata’ in un rapporto, che dura da anni, con un uomo (F.) che ha un figlio piccolo ed una ex-compagna, che lo tiene legato con la minaccia di andare via se lui si facesse un’altra vita.

P. era già presente, quando il suo attuale compagno, viveva con l’altra donna.

P. è stanca e chiede di più per sé,  riconosce le sue potenzialità, dice che tutto quello che lei ha voluto lo ha caparbiamente ottenuto, stavolta non ci sta riuscendo e questo la distrugge.

 

Il secondo incontro: iniziamo a far luce sugli obiettivi

La prima parte del colloquio ha ripreso la raccolta di informazioni che non erano emerse nel corso della volta precedente. Nella seconda parte si è iniziato ad mettere a fuoco in modo più nitido gli obiettivi che vorrebbe raggiungere.

P. dice che non vuole essere un fantasma, che vuole che il suo uomo le stia accanto, vuole convivere con lui, vuole che il figlio di lui la riconosca come nuova compagna del padre, vuole conoscere la famiglia di lui e vuole che lui conosca la sua, vuole avere dei figli. Vuole LUI!.

Provo con lei a capire come sia possibile ottenere le cose che vuole.

Ciò che con forza ripete è sempre lo stesso pronome: LUI.

Lui deve mettersi in testa che io non ci posso stare più

Lui deve venire a vivere con me!

Lui deve parlare con la madre di sua figlia

Lui deve capire che io ho bisogno di una stabilità

E’ facile notare come deleghi completamente ad un terzo la responsabilità della sua felicità: è LUI che la rende infelice perché non corrisponde adeguatamente a ciò che lei vorrebbe; e soprattutto gli obiettivi che si pone non vuole raggiungerli lei, vuole che sia lui a fare i passi, secondo P. necessari.

 

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Il terzo incontro: obiettivi, risorse e ostacoli

In questo incontro, di coaching psicologico, si continuano a chiarire gli obiettivi e li si pone su un piano di realtà, con un analisi delle possibili forze ostacolanti e/o facilitanti e delle risorse attivabili.

Il lavoro che P. è riuscita a fare fino ad ora è possibile riassumerlo nei punti seguenti:

  1. Riordinare i dati: la sua storia con F. nasce, cresce e si sviluppa, all’ombra di un’altra relazione dalla quale è nato un figlio. Lei ha accettato quella situazione e quella persona. Allo stato attuale lei è cambiata ed esprime tale cambiamento con delle richieste più in linea con la sua timeline, mentre F. sembra essersi fermato ad uno stadio precedente del rapporto.
  2. Ragionare sulla propria autodeterminazione: non è F. che può/deve scegliere per lei, ma è P. che deve decidere cosa fare.  Gli obiettivi che si  pone devono avere P. come protagonista.
  3. Organizzare gli obiettivi partendo dall’analisi di realtà e dalla necessità che sia lei a doverli raggiungere.

 

Il quarto incontro: il piano d’azione?

Questo incontro dovrebbe essere destinato alla messa a punto di un ‘piano d’azione’ realistico e funzionale al raggiungimento dell’obiettivo principale.

A questo punto del percorso però, P.  entra in crisi.  Vede davanti a sé solo 2 strade percorribili, perché parte dal presupposto (giusto) che lei non può imporre la sua volontà:

  1. Si adatta a quello che voglio io
  2. Lo mollo e mi rifaccio una vita

Sulla seconda opzione però aggiunge: “io lo amo e quelle cose voglio averle con lui, non è possibile che non ci sia alternativa“.

La invito a pensare agli obiettivi, a ragionare sul valore che da loro e a pensare ad una terza alternativa.

 

Il quinto incontro

Seguendo la successione del percorso di coaching psicologico, a questo punto ci dovrebbero essere i primi riscontri rispetto ai passi effettuati.

Quel che succede è però che P. telefona un paio di giorni prima della data stabilita per disdire l’appuntamento. Riferisce di essere ancora un po’ confusa e di aver bisogno di un ulteriore periodo di tempo per chiarirsi le idee e di volermi ricontattare lei per il prossimo incontro.

Chiama a distanza di due mesi per un nuovo appuntamento.

Nel corso dell’incontro ci  parla di come abbia tentato di troncare la relazione e di provare a stare sola, ma di come non ci sia riuscita. E’ troppo innamorata e “al cuore non si comanda!“.  A quanto riferisce riscontra anche da parte di F. lo stesso coinvolgimento emotivo.

Quello che è accaduto è che insieme hanno trovato un nuovo equilibrio rinnovando il ‘patto’ che lega lacoppia.

F. convive con lei 5 giorni a settimana, gli altri due sta con il bimbo.

P. rispetta l’essere genitore di lui e concede altro tempo affinché possa essere presentata come ‘la compagna di papà’.

P. e F. hanno conosciuto le rispettive famiglie di origine.

 

Conclusioni

Vorrei fare alcune riflessioni rispetto a questo percorso: ogni percorso di coaching è prima di tutto la costruzione condivisa dello spazio di relazione fra due persone. Questo è un elemento imprescindibile, poiché il principale strumento di lavoro è se stessi e il rapporto che si instaura con l’altro. L’accogliere l’altro come persona ci porta a condividere molto più di un percorso prestabilito per tappe. Porta chi ne fa parte a crescere, a scoprire e scoprirsi in nuove vesti e nuovi lati di se stessi. Non siamo calcolatori elettronici e molto delle scelte che facciamo e della nostra visione interpretativa del mondo sono legati alle emozioni, agli affetti. Credo che si possa giustamente vedere come molto importante una teoria di riferimento o uno schema ideale di percorso di coaching, purché esso rimanga sullo sfondo e ci possa servire da guida per non perderci su di un mare a volte tempestoso che si muove nei nostri clienti (e a volte anche in noi).

A questo punto può sorgere spontanea una domanda: il percorso di coaching psicologico si è concluso o no?

Riallacciandomi alla riflessione precedente, devo constatare che allo stato attuale P. ha trovato un equilibrio che la fa star bene e per questo da considerare positivo per tutti e per se stessa. Dal mio punto di vista, che non siano state eseguite tutte le tappe canoniche è di minor rilevanza. Sicuramente possono rimanere in piedi tutta una serie di difese e di modalità non ‘perfette’ di affrontare la situazione, ma bisogna tener presente e in considerazione i tempi (la timeline) delle persone. È anche possibile che il percorso si sia concluso così, ma nel momento in cui ciò non fosse e P. dovesse sentirsi nuovamente insoddisfatta della situazione potrà avere qualche strumento in più per leggerla e per agire, o al massimo potrà avere la certezza di una persona che la accoglie e non la giudica, di uno spazio in cui potersi fermare a riflettere per trovare nuove strategie o nuovi obiettivi.

 

Gianpaolo Bocci

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