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Dipendenza da cibo: riconosciamola

Dipendenza da cibo: riconosciamola

La dipendenza da cibo (o disturbo da alimentazione incontrollata) chiamata dagli anglosassoni “binge-eating disorder” (BED) è una manifestazione patologica del comportamento alimentare inclusa solo negli ultimi anni nella categoria dei disturbi alimentari atipici (una serie di condizioni che non rientrano né in un quadro di anoressia né di bulimia).

A differenza della bulimia, nella dipendenza da cibo alle grandi abbuffate non seguono pratiche di eliminazione, come vomito autoindotto e uso di lassativi, oppure di compensazione, come digiuno o intensa attività fisica, diretta conseguenza di questo è l’obesità. Le persone che praticano binge-eating soffrono psicologicamente per la loro condizione molto più di soggetti obesi che mangiano in modo non compulsivo, per questo, circa la metà degli individui affetti da questa patologia soffrono anche di depressione, precedente o successiva allo sviluppo del disturbo alimentare. Queste persone sono inoltre maggiormente esposte ad ulteriori problemi di natura psichiatrica come i disturbi d’ansia, d’umore ed addirittura di personalità.

Essendo un disturbo riconosciuto relativamente di recente e non ancora ufficialmente classificato, mancano dati precisi e uniformi su epidemiologia, decorso e effetti a lungo termine e la sua diagnosi è tuttora soggetto di numerose discussioni e controversie.

Quali sono i criteri per definire una dipendenza da cibo?

  • Periodi ricorrenti di alimentazione incontrollata con la presenza dei seguenti comportamenti :
  • mangiare, in un periodo definito di tempo (ad esempio entro due ore) una quantità di cibo indiscutibilmente maggiore a quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso periodo di tempo ed in circostanze simili;
  • sensazione di perdita del controllo nel mangiare durante l’episodio (ad esempio, sensazione di non riuscire a fermarsi o di non potere controllare cosa o quanto mangiare) che però è variabile a seconda delle persone: alcuni l’avvertono molto tempo prima di cominciare a mangiare, per altri c’è un’evoluzione graduale e per altri ancora arriva dopo che si sono resi conto di aver mangiato troppo.

Inoltre, per definire se si tratti di una dipendenza da cibo, occorre vi sia  la presenza di almeno 3 dei seguenti sintomi:

  • mangiare molto più rapidamente del normale, con il risultato di gustare di meno il cibo;
  • mangiare sino a sentirsi spiacevolmente pieni (alcuni usano magari bevande o alcol o caffè per favorire un rilassamento o uno svuotamento dello stomaco in maniera da poter introdurre ancora più cibo);
  • mangiare grandi quantitativi di cibo, anche se non ci si sente affamati;
  • mangiare da soli a causa dell’imbarazzo per quanto si sta mangiando;
  • sentirsi depressi o in colpa dopo l’abbuffata.
  • marcato disgusto rispetto al mangiare incontrollato.

La gestione incontrollata dell’alimentazione avviene (di media) per due giorni a settimana e si sviluppa in un periodo di sei mesi.
La dipendenza da cibo non è accompagnata da comportamenti compensatori come ad esempio praticare attività fisica prolungata, utilizzare purganti, digiunare, indurre il vomito, ecc.).
La persona desidera il cibo in maniera compulsiva (come accade in tutte le dipendenze), ma di fatto la gratificazione dura poco perchè ritorna il desiderio di assumere cibo in quantità sempre maggiori.

I sintomi della dipendenza da cibo non sono evidenti da subito e spesso sono presenti in soggetti non obesi ma solo in sovrappeso, l’evidenza appare in un secondo tempo.

Le persone che vivono l’esperienza della dipendenza da cibo oscillano, solitamente fra due istanze distinte: la prima li porta a a pensare al cibo come ad una esperienza altamente soddisfacente, la seconda invece, fa del cibo la causa principale del malessere percepito.

La risultante è però, in entrambi i casi , mangiare, come unico modo di fuggire all’ossessione.

Esistono persone maggiormente colpite dalla dipendenza da cibo?

Il binge-eating disorder è un disturbo molto comune fra le persone che seguono trattamenti per l’obesità, ed il numero è direttamente proporzionale al sovrappeso, nel resto della popolazione il numero di diagnosi è relativamente basso.

Non esiste una distinzione fra i sessi ne tantomeno differenze statistiche legate alla classe sociale di appartenenza.

La dipendenza da cibo viene diagnosticata più frequentemente tra gli adulti nella fascia di età compresa tra i 30 e i 40 anni. Spesso queste persone hanno avuto, intorno ai 20 anni, dei disordini alimentari ed è inoltre da sottolineare che la BED, molto spesso, venga diagnosticata dopo una dieta che ottiene risultati positivi.

Nella psicopatologia specifica dei disturbi dell’alimentazione esistono numerose somiglianze anche tra i soggetti con BED e quelli con bulimia nervosa, ma a differenza di quest’ultima, nel BED non sono presenti elevati livelli di restrizione alimentare. Nonostante gli standard dietetici elevati, i soggetti colpiti da questo disturbo non riescono a limitare il loro introito calorico.

Un’altra differenza tra pazienti con BED e con bulimia nervosa consiste nel fatto che i primi non attribuiscono un’eccessiva importanza alla magrezza nella valutazione di se stessi. La maggior parte dei pazienti con questo disturbo, infatti, tende ad accettare un peso normale o leggermente al di sopra della norma, ma riporta notevole insoddisfazione e disprezzo nei confronti del proprio corpo. *

Che fare davanti alla dipendenza da cibo?

Un approccio che ottiene buoni risultati nel trattamento della dipendenza da cibo è la terapia cognitivo-comportamentale (CBT), se da un lato non determina modificazioni nel peso, dall’altro favorisce il ridimensionamento delle abbuffate (2 su 3 ) e in metà dei casi l’astinenza. Il risultato è conseguito attraverso la redefinizione della relazione fra la persona ed il cibo e mettendo a disposizione una serie di strumenti che permettono al paziente di reagire agli stimoli negativi che incontrano quotidianamente.

Noi utilizziamo un modello di coaching basato sulla riduzione del danno con un lavoro individuale svolto sul diario settimanale associato ad un piano alimentare adeguato. Il lavoro terapeutico fatto attraverso il diario settimanale è mirato a raggiungere gli obiettivi concordati con la persona e previsti dal piano alimentare più adeguato (proposto da un nutrizionista ma concordato con la persona interessata). L’accordo sugli obiettivi e sul piano alimentare è fondamentale e fa parte dell’intervento stesso.

Molte tecniche dell’approccio cognitivo comportamentale appartengono al nostro intervento come il problem solving, il decision making, il monitoraggio e la programmazione delle attività, la distrazione e la rifocalizzazione, le tecniche di rilassamento, gli homeworks.

Elisa Pappacena

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