Ordigno bellico inesploso – PARTE 1

Ordigno bellico inesploso – PARTE 1

Ordigno bellico inesploso è una metafora che ritrovo in 2 aspetti dell’esistenza: quello che ci portiamo dietro (e dentro) da adulti e quello che maneggiamo incautamente e inconsapevolmente durante l’adolescenza.

Partiamo dall’adolescenza: perché utilizzo una metafora così forte per questa fase della vita?

Perché forti sono le tensioni cui siamo sottoposti nel suo svolgersi. Riprendendo il concetto di funzionamento borderline, così ben illustrato da L. Cancrini¹, possiamo immaginare l’adolescenza come la fase borderline della vita di ogni essere umano. Ci sono delle forti tensioni interne, legate a vari fattori, ma il primo è sicuramente il passaggio di stato da bambino a adulto e la ricerca/ricostruzione di una identità più stabile e più adulta. Queste tensioni , che paragono ad un ordigno bellico, sono sempre lì, pronte ad esplodere ed hanno una soglia di attivazione tutta loro e personale, vengono a fatica tenute a bada dal non-ancora-adulto.

I modi per controllare le tensioni sono molti: ad esempio stordirsi con la musica a tutto volume. Si tratta della proiezione esterna della propria condizione interna, che riesce a stabilire un equilibrio tra tensioni generate dal ‘dentro’ e dal ‘fuori’. Nella mia adolescenza c’era l’heavy metal, poi è arrivato il genere dark e poi la tecno e, ancora il rap e, prima di essi, il punk e lo psichedelico. Generi, alcuni, che, anche violentemente, denunciano, in modo deciso e netto delle ingiustizie sociali, ma che con una identificazione nei testi, nelle note e negli esecutori, danno senso e forma a ciò che si agita dentro, tornando alla metafora, costituiscono un disinnesco parziale dell’ordigno bellico .

Ma, musica a parte, cosa può accadere nel momento in cui la soglia di attivazione è troppo bassa, quindi appena sufficiente a tenere a bada le tensioni e una o più stimolazioni esterne la mettessero a dura prova? E quindi la spoletta dell’ordigno bellico precaria?
Accade che l’involucro non può più reggere la pressione interna e ‘naturalmente’ scoppia. Lo scoppio, oltre al gran baccano e agli eventuali danni, funziona come meccanismo omeostatico (e chi lo avrebbe mai detto!) riportando la tensione interna a livelli accettabili e nuovamente sotto il controllo e la gestione della persona.

fin qui siamo nelle situazioni di ‘normalità’, ma non siamo tutti uguali e le nostre esperienze di vita sono estremamente variegate. Così in situazioni che (e voglio sottolinearlo, poiché accade in fasi della vita troppo premature per filtrarle con un giudizio critico), non dipendono da noi, impariamo come ci si comporta, come si legge il mondo e gli accadimenti, come si affrontano e si reagisce ad essi.

Diretta conseguenza di ciò, è che in situazioni di svantaggio o di degrado  familiare (anche solamente di relazioni), la quantità di tensione sopportabile (la soglia) e la modalità di gestione dell’adolescente risulta essere maggiormente fragile.

A mio avviso, i due estremi di queste reazioni si muovono lungo un asse che va dall’implosione all’esplosione.

Con l’implosione  l’allora bambino, e adolescente poi, impara a ‘ingoiare’, a ‘mandare giù il boccone amaro’ e traduce tale esperienza come: “scaricare le tensioni è letale per la sopravvivenza” (non esclusivamente sua personale ma anche relazionale; ossia sua all’interno del contesto familiare in cui vive). L’implosione altro non è che una esplosione interna, che può trasformarsi, nel lungo periodo, in quello stato che chiamiamo depressione. E, se pensiamo metaforicamente alla nostra pelle come il confine tra interno ed esterno, tale confine inizierà pian piano a risentire di ciò che contiene (pensiamo ai fusti di materiali tossici, il cui contenuto con il tempo inizia ad eroderli proprio dall’interno), ed ecco i disturbi psicosomatici, che appunto altro non sono che un’espressione metaforica di ciò che ci sta succedendo dentro, sono una comunicazione analogica fatta agli altri sul nostro stato interno. Tutto questo è infatti strettamente legato alla rabbia che non è riuscita a venir fuori (l’ordigno bellico è esploso all’interno).

All’altro estremo c’è il confine labile, che qualsiasi sollecitazione, anche la più lieve, fa rompere l’involucro dell’ordigno bellico e che si esprime principalmente con atti violenti, legati a quella rabbia che, a causa della sua pressione incontenibile, non riesce ad essere filtrata ed elaborata. Violenza contro le cose, violenza contro gli animali, violenza contro le persone, spesso i più deboli, perché è su di essi che si proietta la nostra incapacità di controllo e di gestione e perché non si hanno gli strumenti per capire che ciò che stiamo facendo è accusare gli altri dei nostri peccati, piuttosto che riconoscerceli ed elaborarli.

E così, se non adeguatamente elaborati, queste due modalità opposte di gestione portano a sentirsi ‘diversi’ (e gli altri, specialmente i coetanei sottolienano tale diversità) e il mondo, già piuttosto complesso da decifrare a quell’età, si trasforma in un campo di battaglia, nel quale il gioco si inasprisce sempre più. Allora, sempre agli estremi, ci sono due alternative (in linea con quelle precedenti): implodere sempre di più o al contrario esplodere sempre di più.

Ed è qui che inizia, con il confronto sempre maggiore con l’ambiente esterno alla famiglia, la sperimentanzione di nuove soluzioni di disinnesco dell’ordigno bellico (le tensioni interne). Sostanze, gioco d’azzardo, sesso, relazioni, tecnologia, farmaci, cibo, shopping, diventano i nuovi contenitori che ristabiliscono l’equilibrio. Diventano i nuovi limitatori, ossia quelli che permettono di non andare oltre la soglia di esplosione/implosione.

¹L.Cancrini  (2006),  “Oceano Borderline”, Ed. Raffaello Cortina

 

Continua con la seconda parte dell’articolo 

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